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Chi impallidisce al sole

ScienTiamo
Pubblicato da in Ambiente · 23 Marzo 2020
Tags: Corallibleachingglobalwarmingtemperatureambiente
CHI IMPALLIDISCE AL SOLE
 
Andando contro l’idea di molti “grandi della Terra”, il Global Warming (meglio noto come Riscaldamento Globale) è ormai in atto da qualche anno.
 
Temperature più alte della norma, ghiacciai che si sciolgono, innalzamento delle acque marine e oceaniche, perdita di biodiversità, tempo meteorologico che sembra impazzire sono solo alcune delle conseguenze che stiamo vivendo durante questo periodo storico.
 
Un effetto che non possiamo lasciare inosservato è quello che gli ecologi chiamano Bleaching dei coralli, un fenomeno di “sbiancamento” che sta interessando gran parte delle barriere coralline di tutto il mondo. Ed è proprio di questo che parleremo: oggi la descrizione del fenomeno, la prossima settimana di alcuni degli ultimi studi condotti per fronteggiare questo fenomeno di deterioramento.
 


 
Le barriere coralline coprono circa l’1% dei fondali marini di tutto il pianeta, ma costituiscono un habitat per il circa 25% di tutte le specie marine presenti sulla Terra, oltre a costituire un ambiente su cui vivono e grazie a cui lavorano decine di milioni di persone che abitano le zone costiere.
 
Questi ecosistemi, così complessi e importanti, sono allo stesso tempo molto fragili, particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici.
 
Il fenomeno di Bleaching non è altro che una risposta a una forma di stress che il corallo mette in atto soprattutto quando riscontra un aumento della temperatura dell’ambiente in cui vive, ma non è l’unica causa: un eccessivo irraggiamento solare, il cambiamento della composizione chimica (soprattutto la salinità) e della torbidità dell’acqua, tempeste tropicali, la presenza di macroalghe, il cambiamento delle correnti e l’inquinamento antropico sono altre situazioni di stresso che contribuiscono ad aumentare il fenomeno del Coral Bleaching.
 
Lo sbiancamento dei coralli è un fenomeno distruttivo che colpisce gli ecosistemi formati dalle barriere coralline intaccando la simbiosi tra i polipi (ebbene sì, loro si chiamano polipi) del corallo e alcune alghe fotosintetizzanti della famiglia delle Zooxanthellae.

 


 
Le immagini che vediamo solitamente sul Web (e, per i più nostalgici, anche nei film con protagonista il pesciolino Nemo) delle immense distese di coralli, hotspot di biodiversità, ci mostrano coralli, alghe e pesci di ogni specie adattati a vivere insieme, un ambiente molto colorato e ricco di vita. Il colore caratteristico di ogni corallo è dato dall’alga che vive al di sotto del polipo, adattata a vivere lì perché si è instaurata una simbiosi che porta l’alga a sviluppare il 90% del fabbisogno energetico (attraverso la fotosintesi) per la calcificazione, la crescita e la riproduzione, mentre il polipo crea una copertura calcarea tutt’attorno a loro, come protezione; il colore vivido del corallo è determinato dalla concentrazione di quest’alga.
 
L’aumento globale della temperatura ha portato a un innalzamento anche della temperatura di mari e oceani, e questo porta le Zooxanthellae a non riuscire più a fare fotosintesi e produrre nutrimento; i polipi non traggono più giovamento dalla loro presenza ed allontanano l’alga simbionte dalla struttura calcarea, portando a un primo indebolimento del colore del corallo; ma una volta persa la simbiosi con l’alga, il polipo non sarà più in grado di ricavare nutrimento dall’ambiente esterno e sarà destinato a morire, perdendo completamente il colore vivido che aveva fino a poco tempo prima e formando una struttura morta e completamente bianca (da cui il nome del fenomeno).



 
Se il corallo rimane in queste condizioni di stress per molto tempo, espelle sempre più coralli, ma se lo stress permane per poco tempo c’è la possibilità che il fenomeno di sbiancamento sia reversibile, facendo sopravvivere la colonia, anche se ci vorranno settimane o mesi prima che la concentrazione di simbionti torni normale; il corallo morto, invece, viene rapidamente eroso dall’azione delle correnti o dal Pesce Pappagallo, sgretolandosi e diventando materiale per la formazione di nuove isole.
 
L’aumento della temperatura globale, però, non è l’unica causa che induce il Coral Bleaching: circa il 25% della CO2 antropica prodotta annualmente si discioglie nel mare e negli oceani, portando ad una diminuzione del pH. Questa diminuzione, a sua volta, è correlata a un maggiore consumo degli ioni bicarbonato, indispensabili per formare lo scheletro calcareo dei coralli, portando inevitabilmente a un allungamento dei tempi di formazione del corallo, nonché a un aumento dell’energia spesa da parte del polipo per costruire questa sua “casa”. Inoltre, uno studio condotto dall’Università di Sydney ha dimostrato che l’acidificazione delle acque abbassa la temperatura soglia oltre la quale si verifica il Bleaching, facendo avvenire questo fenomeno a temperature ancora più basse rispetto alla media “normale”. Continuando di questo passo, entro fine secolo si raggiungerà un’acidità delle acque globali fino al 150% superiore rispetto ai valori odierni, creando delle condizioni che non si verificano da 120 milioni di anni, e che ovviamente non danno evidenze sperimentali di come (e se) i coralli sono in grado di adattarvisi.
 
 
L’interconnessione di tutti questi fenomeni crea uno scenario difficile da prevedere con certezza, ma l’andamento del fenomeno sembra essere ormai chiaro. Non bisogna dimenticare che a contatto con le barriere coralline vivono anche tantissime specie di pesci, e danni alle barriere coralline provocano grossi sconvolgimenti anche a tutti gli animali ad esse connessi.

Il Coral Bleaching, però, non è un fenomeno che si sta registrando in questo periodo per la prima volta nella storia: il primo Bleaching su larga scala registrato risale al 1982 a causa della corrente di El Niño, che ha portato alla perdita del 90% della specie di Acropora nell’Oceano Indiano; nei mesi di dicembre e gennaio si verifica periodicamente un aumento della temperatura dell’acqua trasportata dalla corrente, e in corrispondenza di successivi passaggi di questa corrente sempre nelle stesse zone, si sono verificati grossi danni alla Grande Barriera Corallina, alla Barriera Caraibica e a quella del Sud-Est asiatico (l’estensione dei coralli si aggira oggi intorno a 2.300km2, livello minimo mai registrato).
 
Successivamente, la Grande Barriera Corallina australiana è stata colpita nuovamente dal fenomeno del Bleaching, seppur in minima parte, durante gli anni 1998-2002, ma nel 2016 si è registrata la perdita del 67% dell’intera struttura (per un’estensione di 700 chilometri quadrati, soprattutto nella parte più settentrionale), registrando la più grande perdita nella storia.
 
Il Bleaching, pertanto, è un fenomeno spontaneo, che avviene continuamente seppur in maniera sporadica (uno ogni 27 anni circa), ma l’innalzamento della temperatura globale lo sta portando a raggiungere effetti eccezionali: negli ultimi 35 anni è andato perso il 30% di tutte le barriere coralline (uno ogni 6 anni) e, continuando di questo passo, si pensa che tra il 2030 e il 2060 si inizieranno a verificare fenomeni di Bleaching con cadenza annuale, portando in breve tempo alla morte di tutti i coralli presenti nei mari (si pensa a un evento di bleaching ogni 1-2 anni).
 
Il meccanismo con cui avviene il fenomeno è molto chiaro, così come sono chiare le intenzioni di scienziati e ricercatori di porne un freno; la prossima settimana vedremo alcuni esempi di studi condotti proprio a riguardo.
 
Spero di aver catturato la vostra attenzione… Ci rivediamo, se volete, la prossima settimana.
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FONTI
https://www.scienzainrete.it/articolo/morte-bianca-dei-coralli/giulia-battistelli/2017-03-03
 
https://www.nationalgeographic.com/environment/2018/11/great-barrier-reef-restoration-transplanting-corals/
https://it.wikipedia.org/wiki/Sbiancamento_dei_coralli





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