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Chi impallidisce al sole pt.2

ScienTiamo
Pubblicato da in Ambiente · 30 Marzo 2020
Tags: ambientesbiancamentobleachingcorallicoralbleaching
CHI IMPALLIDISCE AL SOLE pt.2
Rieccoci! A quanto pare vi ho incuriosito.
 
Bene, torniamo a parlare del fenomeno dello sbiancamento dei coralli, ma questa volta allentando la tensione e parlando in termini meno catastrofici. Oggi, infatti, vedremo azioni e studi messi in campo dai ricercatori per arginare il fenomeno e salvaguardare i reef tutt’intorno al globo.
 

 
   
 
Si può intravedere un barlume di speranza se si pensa che ogni specie di corallo ha la propria capacità di adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente in cui vive: molte specie sembrano anche essere abbastanza resistenti all’innalzamento della temperatura dell’acqua, portando gli studiosi a pensare che i cambiamenti climatici saranno deleteri solo per alcune specie e che andranno a determinare una pressione selettiva in grado di far sopravvivere solo i coralli che riescono ad adattarsi all’innalzamento della temperatura dell’acqua. Nonostante ciò, è opinione comune che questi fenomeni stanno avvenendo in tempi sempre più brevi, a cui gli organismi sono in grado di adattarsi sempre meno, e che costituisce un campanello d’allarme a dimostrazione di come i mutamenti ambientali siano difficili da prevedere e potenzialmente catastrofici.

 
Con amarezza prendiamo nota di queste notizie catastrofiche, ma non tutto è perduto: ricercatori e studiosi stanno mettendo a punto delle tecniche per consentire ai coralli di adattarsi a queste nuove condizioni ambientali.

 
Uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances descrive una barriera corallina alla foce del Rio delle Amazzoni i cui coralli sono riusciti ad adattarsi alle condizioni ambientali particolari generati dalle acque dei fiumi tropicali. Questi fiumi sono fortemente impattanti sulle condizioni di salinità, pH, sedimentazione (e quindi influenza la torbidità dell’acqua e la penetrazione della luce) e, per questo, generalmente non consentono la formazione di barriere coralline in carbonato di calcio. Ovviamente, in queste condizioni, la diversità di macroorganismi è fortemente ridotta, così come la capacità di creare simbiosi tra polipi e Zooxanthellae, nonché la loro efficienza fotosintetica, per via della torbidità elevata. Gli scienziati stanno, pertanto, studiando con grande attenzione questa barriera corallina, per comprendere come sia avvenuto l’adattamento a queste condizioni.
 
 
Un altro intervento che è stato messo in atto riguarda il “ripiantare” centinaia di piccoli frammenti di corallo in età giovanile nella Grande Barriera Corallina; le autorità australiane inizialmente erano restie ad attuare questo intervento, preferendo aspettare che i coralli si riprendessero spontaneamente, ma, visti i risultati abbastanza scarsi e la pericolosità dello scenario a cui si andava incontro, si è deciso di attuare questa strategia già largamente utilizzata in tante altre occasioni, ma avanguardistica in quanto la si attua sulla più grande distesa di coralli del pianeta.
 
“Recovery is the key to having reefs in the future” sono le parole di David Suggett, biologo marino della University of Technology di Sydney e ideatore di questo intervento: fatti crescere e sviluppare per qualche mese in laboratorio a condizioni controllate, piccoli frammenti di coralli vengono successivamente impiantati nel reef, e grazie a questa azione si è visto che questi coralli “resistenti allo stress” riescono a crescere e sostituire più velocemente i coralli morti.


 
   
 
Un altro intervento, effettuato sempre da un team australiano, prevede di impiantare sul reef australiano oltre un milione di larve nate in laboratorio. Ancora, un’altra idea è quella di espiantare coralli che sono sopravvissuti naturalmente in condizioni di stress e ripiantarli in barriere coralline più vulnerabili e meno resistenti per cercare di risollevarle, il tutto ovviamente accompagnato da studi per capire la causa di questa loro innata resistenza: si pensa a particolari geni del polipo o dell’alga in grado di conferire un’eccezionale tolleranza al calore, e alcuni sono già stati identificati.
 
 
Sempre agendo a livello genetico, un team composto da scienziati dell’Università di Stanford, l’Università del Texas e l’Istituto australiano di Scienze Marine di Townsville ha pensato di utilizzare la tecnica del bisturi molecolare CRISPR per “correggere” polipetti di Acropora millepora danneggiati. In generale questa tecnica è in grado di riconoscere in maniera altamente specifica delle porzioni geniche e tagliarle in uno o più punti, interrompendo la sequenza genica e rendendo il gene non più funzionante (o inattivo, il cosiddetto knock-out genico), permettendo quindi di vedere cosa succede nel caso di assenza di quel gene; un esempio specifico riguarda il gene FGF1a, che si pensa sia implicato nella capacità delle larve di attecchire al substrato e metamorfosare in polipi adulti.
 
 
Uno studio particolarmente importante, basato sull’osservazione del bleaching delle barriere coralline mondiali negli ultimi vent’anni, ha permesso di comprendere molto meglio l’andamento generale di questo evento.
Per prima cosa si è visto che gli eventi di bleaching più importanti e massicci avvengono alle medie latitudini, intorno ai 15-20° a nord e sud dall’Equatore, facendo capire che quindi il fattore geografico è determinante. Anche la temperatura superficiale delle acque risulta essere una componente molto importante, da cui si è ottenuto il parametro Degree Heating Weeks (DHW), utilizzato come standard di misura: definito come l’aumento di 1°C della temperatura delle acque nel mese più caldo di una specifica località, ha permesso di definire che molti eventi di bleaching sono comuni in condizioni di 8 DHW o superiori.

Secondo questo stesso studio, però, gli eventi di bleaching possono anche essere rallentati grazie a tre caratteristiche principali:
 
1.     Differenze geografiche e nella composizione di specie del reef
 
2.     Diversità genomica, che permette ad alcuni coralli di essere più resistenti agli stress di temperatura
 
3.     Adattamento di molti coralli a temperature più elevate perché sono riusciti a sopravvivere in ambienti in cui la temperatura ambientale è aumentata
 
4.     Ambienti con elevate variazioni di temperatura (giornaliere, settimanali o stagionali) sviluppano tassi di bleaching molto più bassi
 
Tutti fattori che, in effetti, ricalcano quelli che sono gli studi condotti anche dagli scienziati di cui abbiamo precedentemente parlato.
 
Le conclusioni sono facili da trarre: l’aumento della temperatura delle acque porterà a un aumento della probabilità di sbiancamento dei coralli, e molte altre località verranno interessate da questo fenomeno, le aree equatoriali sono sicuramente quelle maggiormente esposte; d’altro canto si è visto che questo è un evento prevedibile su larga scala, pertanto il continuo studio e monitoraggio di queste aree potrà risultare utile per attuare strategie di protezione e conservazione non solo dei reef a rischio, ma anche di tutte le altre barriere coralline.
 
 
Cosa ne pensate di questo argomento? Vi è piaciuto? A breve tante altre notizie… STAY TUNED YOU GUYS!
 
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