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E il naufragar m’è ansioso…in questa FOBIA

ScienTiamo
Pubblicato da in Psicologia · 10 Aprile 2019
Tags: psicologiafobie
E il naufragar m’è ansioso…in questa FOBIA
 
Se provi una forte paura verso i rettili o hai le vertigini al solo pensiero di ricevere un’iniezione, probabilmente hai sviluppato una fobia specifica.


 
                                               
   
Nel DSM-5, la fobia specifica è compresa nei disturbi d’ansia e fa riferimento ad una paura (o ansia) marcata e sproporzionata verso un oggetto o una situazione specifici, che provoca l’evitamento dell’oggetto o della situazione fobici.
 
Per definirsi fobia, tali reazioni emotive e comportamentali devono durare almeno sei mesi e causare un disagio tale da compromettere il funzionamento dell’individuo in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
 
I sintomi fisiologici provati in relazione allo stimolo fobico sono molteplici: sudorazione eccessiva, tachicardia, vertigini, senso di soffocamento , nausea, rossore, tremore, disturbi intestinali;
 
al livello comportamentale, invece, il soggetto con fobia specifica tende ad evitare le situazioni o gli oggetti associati alla paura.
 
 
           
             
    
Tra     le fobie più insolite, troviamo:
    
                                                       la caligynefobia, un terrore smisurato per le belle donne;
                                                              la philematofobia, una fortissima paura dei baci;

    


la quionofobia, ovvero la      paura della neve;
la gonofobia, o paura degli angoli di case e palazzi;



la cromatofobia, la paura dei colori;


la somnifobia, o paura di     addormentarsi;
la podofobia, la paura dei     piedi.
    
    
    
    
    
    
              
Lo stimolo fobico varia da persona a persona: molte fobie specifiche sono consolidate e comuni (altitudine, animali, siringhe, aeroplani,malattie), altre sono innescate da stimoli molto insoliti. In alcuni casi, inoltre,  alcune fobie non sono solo invalidanti dal punto di vista relazionale, ma anche pericolose per la salute fisica. Ad esempio, chi soffre di idrofobia ha paura dell’acqua ; evitare l’acqua non ha solo ripercussioni sulla propria igiene, ma addirittura sulla propria vita: il soggetto con idrofobia, infatti, potrebbe evitare di assumere liquidi, necessari alla sopravvivenza.
 
 
La fobia specifica può svilupparsi in vari modi. Di base, avviene una associazione tra un preciso stimolo e una forte ansia: la persona apprende che la sua ansia è causata da quel preciso stimolo e cercherà di evitarlo ad ogni costo, limitandosi nel funzionamento sociale e vivendo in uno stato di tensione e paura.
 
Questa associazione avviene per condizionamento classico:  l’associazione tra pensiero e oggetto avviene in seguito al verificarsi di una prima esposizione spaventante , che provoca una forte emozione negativa; questa viene mantenuta nel tempo a causa dell’evitamento messo in atto per non provare nuovamente quella emozione.  L’evitamento non fa altro che confermare la (distorta) percezione di pericolosità associata alla situazione evitata e prepara il soggetto all’evitamento successivo. Si crea, così, una sorta di circolo vizioso che da una parte porta l’individuo a dubitare delle proprie capacità di fronteggiare lo stimolo fobico (con gravi conseguenze sull’autostima), dall’altra compromette il funzionamento dell’individuo  in ogni ambito di vita.


 
 
   
 
La psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta l’orientamento più efficace per il trattamento delle fobie specifiche. La tecnica maggiormente utilizzata in tale ambito è l’esposizione graduale agli stimoli temuti: il soggetto fobico viene avvicinato in modo progressivo allo stimolo fobico, fino ad arrivare ad avere contatto diretto con lo stesso. Molto lentamente, lo stimolo diviene neutro (ovvero non provoca più emozioni negative),  grazie anche a un processo di ristrutturazione delle idee irrazionali relative allo stimolo temuto.

 

 
Attraverso le neuroscienze…

 
 
 
   
 
Due gruppi di ricercatori , uno guidato da Bo Li, del Cold Spring Harbor Laboratory (Cshl) di New York, l’altro, con a capo Gregory Quirk, dell’università di Porto Rico, hanno studiato  il circuito nervoso responsabile dei disordini di ansia e fobie. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Nature”, ha dimostrato che ansia e fobie hanno lo stesso interruttore al centro del cervello, il circuito formato dall’amigdala (una parte del cervello che gestisce le emozioni, in particolare la paura) e il nucleo paraventricolare del talamo (Ptv) (una regione del cervello estremamente sensibile alle sollecitazioni esterne).
 
 
 

 
Per ulteriori approfondimenti:
 
- https://www.nature.com/articles/nature13978;
 
- https://www.nature.com/articles/cddis2017302.
 
 

     
 
Gli scienziati hanno inoltre identificato una molecola, la proteina BDNF (Brain-derived neurotrophic factor) che svolge un ruolo cruciale nella regolazione di questo circuito. In particolare, essa permette al Ptv di esercitare il controllo sull’amigdala.
 
Per approfondimenti:
 
-https://www.nature.com/articles/cddis2017302.
 
 
La conoscenza del funzionamento di questo circuito e l’identificazione della molecola chiave per la sua regolazione aprono la possibilità di poter modulare l’attività di questo circuito farmacologicamente e di sviluppare un trattamento appropriato per i disturbi fobici.
 
 
 



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