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Gli alieni tra noi

ScienTiamo
Pubblicato da in Botanica · 13 Aprile 2020
Tags: speciealienevegetalipiante
GLI ALIENI TRA NOI

Jean Robin, all’alba del 17° secolo, non poteva immaginare che un suo capriccio botanico avrebbe avuto eco fino ai giorni nostri. Gli bastò piantare un singolo esemplare, uno soltanto, della pianta oggi nota come Robinia pseudoacacia L. per alterare in maniera irreversibile la faccia dell’Europa intera. Ma cosa ha determinato l’incontenibile prolificazione e diffusione di questo vegetale su di un territorio di oltre 2000 km2, scalzando specie preesistenti ed insediandosi così saldamente nei nostri ambienti? Beh, qualcosa di sfiziosamente proibito, qualcosa di inaspettatamente travolgente, semplicemente quella pianta era un alieno: proveniva da un altro continente.
 

 
Ai giorni nostri la robinia, o acacia, è rinomata per il miele che si ottiene a partire dai suoi fiori, bianchi racemi penduli molto apprezzati dalle api, ma anche dai ghiottoni che li raccolgono per insaporire le frittate. Il legname di quest’albero poi, possiede caratteristiche meccaniche invidiabili, il che lo rende ideale per la produzione di parquet, paleria, carta, senza disdegnare l’utilizzo come legna da ardere. Ecco quindi che la robinia, da colonizzatore ormai naturalizzato, è riuscita quasi a farsi voler bene, anzi in certi contesti è arrivata anche a farsi piantare. La vorace avanzata di tale specie, tuttavia, ha condotto al danneggiamento ed alla emarginazione di quelle che erano le associazioni vegetali indigene. Non da ultime, le foreste di quercia e carpino tipiche della pianura Padana sono oggi presenti per lo più come sporadici relitti.
 
Esattamente come intrapreso in maniera più o meno voluta dal signor Robin, le ricollocazioni di specie vegetali a scala globale non sono eventi rari nella storia dell’uomo. Tuttavia, sebbene ciò abbia portato alla diffusione di piante ad uso alimentare o medico o estetico, molte volte si è incorsi in spiacevoli risvolti. I nostrani acero riccio, pioppo bianco ed edera hanno, una volta attraversato l’oceano, assunto un carattere invasivo in Nord America. E lo stesso è successo in Asia con lo sbarco dell’australiano eucalipto.
 
Tramite quale meccanismo riescono, queste piante venute da lontano, a rivelarsi vincitrici nella competizione con la vegetazione tipica di un luogo? La risposta non è univoca e le strategie adottate sono tante. Alcune specie invasive si riproducono in maniera estremamente efficace, producendo un numero molto elevato di semi che, per le piccole dimensioni, vengono portati dal vento anche a grande distanza. Certe piante sono poi in grado di produrre, nei primi stadi di vita (e non solo), moltissima biomassa, riuscendo pertanto ad accaparrarsi più luce e nutrienti delle piante attigue. Il cinese ailanto, Ailanthus altissima (Mill.) Swingle, sbaraglia la concorrenza anche grazie all’allelopatia, ovvero all’emissione di sostanze tossiche. Inoltre ,alcuni vegetali, come nel caso dell’acacia, sono in grado di ricavare l’azoto necessario alla crescita non dal suolo, come la maggior parte delle altre piante, ma direttamente dall’atmosfera (grazie ad una consociazione con batteri azoto fissatori). Pertanto, soprattutto in suoli poco fertili o molto disturbati dall’uomo, come possono esserlo i desolati tratti lungo le linee ferroviarie, queste piante colonizzano il sito con maggior facilità e minore stress.
 
Riguardo ai danni indiretti derivanti dall’introduzione di specie aliene in un dato territorio, un triste monito è stato sicuramente fornito dal caso esemplare dei castagni americani.
 
 
   
 
Alberi maestosi, i castagni americani, ma è bastata l’involontaria importazione di un fungo normalmente presente su castagni asiatici per sterminarli praticamente tutti. Le prime segnalazioni di questo patogeno in Nord America si sono avute agli inizi del 900 a New York, e in meno di un cinquantennio sono morti più di quattro miliardi di alberi. Considerata praticamente come estinta, questa specie di castagno sopravvive solamente in forma arbustiva ai margini di quello che era il suo territorio originario. Eppure, in Asia tale fungo non è assolutamente in grado di produrre epidemie del genere: esso si è coevoluto coi castagni asiatici, ed esistono tutta una serie di forme di difesa che l’ospite è in grado di mettere in atto non appena viene riconosciuta la presenza dell’organismo patogeno. Ma laddove il riconoscimento non avviene, le difese vengono a mancare.
 
Non è quindi solamente lo spazio sottratto dalle specie esotiche a quelle locali che va considerato. La complessità di ogni singolo ambiente, ed i vari livelli in cui tale complessità si declina (individuo/comunità/popolazione/ecosistema), fa sì che  l’introduzione di anche una sola specie aliena alteri equilibri così delicati da generare conseguenze molte volte non del tutto prevedibili.
 
Data quindi la gravità del problema, a livello europeo sono stati redatti codici di condotta per tentare di combattere la proliferazione di specie invasive, iniziando con la prevenzione. Nel caso invece di situazioni già in essere, sono strettamente regolamentate eradicazione della specie, mitigazione dei danni e modalità di controllo permanente nel tempo.
 
È tuttavia da evidenziare che una fetta non indifferente di scienziati considera l’uomo alla stregua di un semplice disturbo naturale, un uragano per così dire. Essendo il processo di colonizzazione delle piante un fenomeno del tutto normale, non bisognerebbe operare alcuna strategia di contenimento anche laddove fosse stato l’uomo a favorirne gli spostamenti. La vegetazione che ricopre le nostre terre emerse ha del resto cambiato volto nel corso dei millenni, con le glaciazioni, periodi di aridità estrema o all’opposto in epoche a clima diffusamente tropicale. Non esistono equilibri che siano statici in natura, e come sempre, essa farà il suo corso.
 
 
ENGLISH VERSION
ALIENS AMONG US

At the very dawn of the 17th century, Jean Robin could not have possibly imagined that a botanical whim of his would echo all the way to our time. All he ever did to irreversibly alter the face of the whole Europe was planting a single specimen, one and one only, of the tree nowadays known as Robinia pseudoacacia L. But what did determine the uncontrollable proliferation of this vegetable over an area of about 2000 km2, undermining pre-existing species and ensuring a secure settling in our environments? Well, the answer is exquisitely forbidden, something unexpectedly overwhelming: that plant was an alien, coming from another continent.
 
These days, acacia trees are known for the sweet honey that derives from their flowers, whitish hanging racemes highly appreciated both by bees and gluttons, these last ones collecting them to flavor omelets. Adding up to it, the acacia wood presents enviable mechanical properties, which make it ideal for the production of parquet, poles, paper, without forgetting the use as firewood.  This plant, now a naturalized colonizer, lead us all to almost appreciate it and in some contexts was even planted. The voracious spread of this species, though, often meant to the segregation of indigenous vegetation. Not least, the oak and hornbeam forests typical of the Po plain are now present mostly just as relicts.
 
Exactly as done more or less willingly by Mr. Robin, global scale relocations of vegetables are no rare cases in the history of man. Of course this allowed the spread of foodstuffs and plants with medical or esthetical properties, but many times it caused unfortunate twists. Soon after having crossed the ocean, our Norway maple, white poplar and  ivy assumed quite an invasive temper in North America. And the same happened in Asia after the landing of Australian eucalypti.
 
Well, what is the exact mechanism causing these foreign plants to win over the vegetation typical of a place? The answer is not univocal, given the abundance of strategies involved. Certain invasive species are able to reproduce in extremely effective ways, yielding great amounts of small-sized seeds that experience long-haul transport thanks to the action of  wind. Some plants are able to maximize biomass production, especially (but not only) in the first stages of life. In this way, they can gain more light and nutrients than the neighboring plants. The cinese ailanto tree, Ailanthus altissima (Mill.) Swingle, exploits allelopathy to defeat competitors, emitting compounds toxic for other plants. Besides, some vegetables like the acacia tree are able to get the nitrogen they need not from the soil, as the majority of plants does, but directly from the atmosphere (thanks to a symbiosis with nitrogen-fixing bacteria). Therefore, especially in poorly fertile or highly man-modified soils like the strips of land close to railway lines, these plants colonize the site with less effort.
 
 
Regarding the indirect aftermath caused by the introduction of alien species in a certain territory, a very sad reminder was provided by the case of the American chestnut trees.
 
How magnificent they must have been. But it just took the involuntary import of a fungi (naturally present on Asian chestnut trees)  to wipe them out nearly as a whole. In North America, the first cases of this pathogen were recorder in the in New York city at the beginning of the 20th century and in less than fifty years more than 4 billion trees fell dead. Now considered as virtually extinct, this species of chestnut tree survives only in shrub-like form at the outer borders of its original territory. Yet in Asia this fungi could not possibly give life to such an epidemic: it has been co-evolving with indigenous chestnut trees and the host is able to apply a broad range of defenses as soon as the presence of the pathogen is acknowledged. But without identification no viable defenses are available.
 
Hence the mere room that exotic species steal from local ones is not the only factor to be addressed.  The complexity of each single environment, and the multiple degrees it presents (individual/community/population/ecosystem scale), implies that the introduction of just one alien species alters such delicate balances to arise vastly unpredictable consequences.
 
Therefore, given the gravity of the issue, codes of conduct have been drafted at European level in order to fight against the proliferation of invasive species, starting with prevention. For those situations already in place, conversely, eradication of the species, aftermath mitigation and permanent control are strictly binding.
 
It has however to be noted that a good chunk of scientists is considering the human influence just as a simple natural disturbance, a hurricane let’s say. Being the process of land colonization a totally normal phenomenon for plants, no further intervention should be performed even in the case of man favoring the mobilization of species. Vegetation cover has indeed been shifting shape thought millennia, during ice ages or extremely harsh arid phases or, at the opposite, when tropical climate was far more widespread than today. There is no static equilibrium in nature and, as always, it will take its course.

FONTI
Bigliografia e sitografia - References
 
 
Castro-Diez, P., Valle, G., Gonzalez-Munoz, N., Alonso, A., 2014. Can the life-history strategy explain the success of the exotic trees Ailanthus altissima and Robinia pseudoacacia in Iberian floodplain forests? PLoS One 9.

 
Gómez-Aparicio L. and Canham, C.D. 2008. Neighbourhood analyses of the allelopathic effects of the invasive tree Ailanthus altissima in temperate forests. Journal of Ecology, 96, 447– 458

 
Jacobs, D.F., Dalgleish, H.J., Nelson, C.D., 2013. A conceptual framework for restoration of threatened plants: the effective model of American chestnut (Castanea dentata) reintroduction. New Phytol. 197, 378–393.

 
Reinhart, K.O., Maestre, F.T., Callaway, R.M., 2006. Facilitation and inhibition of seedlings of an invasive tree (Acer platanoides) by different tree species in a mountain ecosystem. Biol. Invasions 8, 231–240.

 
Richardson, D.M. and Rejmánek M. 2011. Trees and shrubs as invasive alien species – a global review. Diversity and distributions, 17, 788-809.
 
Rigling, D., Prospero, S., 2018. Cryphonectria parasitica, the causal agent of chestnut blight: invasion history, population biology and disease control. Mol. Plant Pathol. 19, 7–20.
 
     

 
 



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