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I perchè della pandemia... l'Antropocene

ScienTiamo
Pubblicato da in Ambiente · 20 Aprile 2020


I PERCHE’ DELLA PANDEMIA… L’ANTROPOCENE
 
Virus”, “pandemia”, “infezione”, “morti”, “guariti”, “bollettini medici”, “cura” e “vaccino” sono solo alcune delle parole che in questo periodo sentiamo molto spesso; è un periodo che dobbiamo affrontare tutti insieme riponendo fiducia nelle autorità competenti, far sentire la nostra vicinanza a chi non ce la fa e ricordare con orgoglio chi non ce l’ha fatta… è un momento che passerà alla storia, e noi ne facciamo tutti parte.
 
Lasciando i tecnicismi a chi è (veramente) competente, vorrei trarre spunto da questa situazione attuale per parlare di un discorso molto ampio, strutturato in più punti da approfondire separatamente. Partiamo da questa immagine e rispondiamo ad alcune domande. Siamo quasi otto miliardi di persone che abitano questo pianeta: com’è possibile che si sia sviluppato un contagio così ampio? Sarebbe opportuno parlare di “vaccino” come unica soluzione per porre fine a questa situazione? Perché questo virus ci fa tanto paura? Qual è la differenza tra “virus” e “batterio”? Queste e altre domande saranno alla base degli articoli che vi proporrò nelle prossime settimane (sperando, senza annoiarvi troppo).
 
Il fatto che si sia sviluppato un contagio così esteso dipende sia dalle caratteristiche specifiche del virus, ma anche e soprattutto dal fatto che il nostro pianeta conta quasi 8 miliardi di persone. Vediamo immagini di metro, pullman e treni sovraffollati, supermercati strapieni e con persone che molto spesso si urtano tra loro, densità abitativa di Stati e regioni che arrivano a toccare anche il miliardo di persone (vedi India, Cina e USA): ebbene questa caratteristica influisce enormemente sulla facilità del contagio, con virus e altri microrganismi che riescono facilmente a diffondersi all’interno di una popolazione proprio perché i vari individui sono a stretto contatto tra loro. Se a questo, poi, ci aggiungiamo la caratteristica della “patogenicità” dell’agente eziologico (ovvero la sua capacità di arrecare danno all’ospite), capiamo il perché delle tante dipartite. Tante persone che occupano uno spazio comune non sempre porta giovamento: dal punto di vista ecologico vengono a mancare le risorse (non c’è cibo per tutti) e lo spazio vitale (non si riesce a costruire nuove abitazioni in larghezza e si preferisce costruire in altezza); per garantire i viveri a tutti si incrementa la produzione (con conseguente aumento delle emissioni) e tante altre conseguenze che ne possono scaturire.
 
 
 
Ebbene, in ecologia le epidemie vengono definite “fattori ecologici densità-dipendente”, ovvero dei fattori che si sviluppano quando gli individui che compongono una popolazione vivono a stretto contatto tra loro, possono passare da un individuo all’altro, in alcuni casi provocare la morte degli individui contagiati (a seconda della letalità) e in questo modo “fare spazio” agli individui che sopravvivono ed eliminare individui che sottraggono risorse agli altri.
 
Quindi la domanda sorge spontanea: come abbiamo fatto ad arrivare a quasi 8 miliardi di persone? La storia dell’uomo è stata varia e differente, la tecnologia ha aiutato molto e tutt’ora aiuta ancora; il periodo storico che vede l’uomo come protagonista attivo e modificatore delle condizioni naturali del nostro pianeta prende il nome di Antropocene: è proprio di questo che parleremo in questa settimana. La sua definizione specifica non è ancora accettata da tutti (vista la grande varietà di elementi che possono essere presi come indicatori), ma è accertato il fatto che si parli di un nuovo periodo storico… esatto, così come nei libri di storia si parla di “era dei dinosauri”, ora si parla di “era dell’uomo”, una vera e propria era geologica.
 
Non è strano pensare che le attività umane stanno influenzando pesantemente sulle caratteristiche del nostro pianeta, modificandone di fatto i processi evolutivi: l’impatto sulla superficie della Terra e nell’ambiente nel suo insieme stanno modificando i tempi con cui avvengono i fenomeni geologici quali erosione e sedimentazione, così come il rilascio di sostanze chimiche su larga scala stanno alterando i cicli biogeochimici dei principali elementi, senza dimenticarsi dell’alterazione del ciclo climatico. Lo scienziato Jan Zalasiewicz della University of Leicester’s School of Geography, Geology and Environmenti ha condotto uno studio in cui si è affermato che il pianeta è entrato ufficialmente in una nuova era geologica, molto più instabile dell’Olocene (l’ultima era geologica che ci siamo lasciati alle spalle, circa 12.000 anni seguenti all’ultima era glaciale) e in rapidissima evoluzione. Diversi studi sono stati condotti osservando le stratificazioni del suolo e alla ricerca di un “livello” che possa essere univocamente considerato come riferimento per l’inizio di questa era geologica; si pensa a uno strato particolarmente ricco di inquinanti, di plastiche (che sicuramente verrà considerato come il segno distintivo di questa epoca) o altri elementi.
 
 
 
 
I fattori che possono essere “scelti” per far segnare l’inizio dell’Antropocene sono molti e diversificati:
 
1.     Isotopi insoliti. Le produzioni industriali rilasciano tante sostanze diverse che si possono accumulare nell’ambiente, ma in questo caso si fa riferimento in modo specifico alle ore 5:29 del 16 luglio 1945 fuso orario nel New Mexico, momento in cui gli scienziati americani hanno fatto esplodere la prima bomba atomica; questi sono isotopi del Cesio e del Plutonio che non hanno origini naturali, ma ovviamente si potrebbe far riferimento anche a isotopi del carbonio derivanti dalla combustione dei combustibili fossili (inutile spiegare la correlazione con il riscaldamento globale). In Groenlandia, per fare un esempio concreto, sono stati trovati isotopi del piombo a seguito del suo impiego in Spagna al tempo degli antichi romani, si è poi osservata un’impennata durante il XX secolo a seguito dell’impiego della benzina, così come sta aumentando in quest’ultimo periodo per via delle forti produzioni in Cina
 
2.     La gente diventa consapevole del suo impatto sul globo. Il caso precedente dimostra come il genere umano abbia iniziato a lasciare un segno duraturo già da moltissimo tempo prima del XX secolo, pertanto la “bomba atomica” può essere facilmente scavalcata dalle grandi spedizioni intorno al globo fino agli studi condotti dai satelliti lanciati in orbita
 
3.     Rivoluzione Industriale. L’aumento delle produzioni industriali, che porta inevitabilmente con sé il crescente impatto sulle modificazioni climatiche
 
4.     Terreni modificati dall’uomo. Il mix di sostanze, rifiuti, antiche (e moderne) infrastrutture che sono correlate alla presenza dell’uomo che, in virtù di questo, sincronizzano i due aspetti
 
5.     Agricoltura. Prende sempre più piede l’idea di far coincidere l’Antropocene con l’inizio dell’agricoltura su larga scala, a partire dalle coltivazioni di riso in Asia di circa 10.000 anni fa, collegato alla liberazione di metano in atmosfera e la sua sempre crescente concentrazione a partire da circa 6.000 anni fa; sempre collegato a questo aspetto si fa riferimento allo sfruttamento nomade delle risorse, il passaggio all’agricoltura stanziale, fino ad arrivare alle nuove tecniche agricole, come ad esempio gli incendi per la deforestazione allo scopo di creare nuovi spazi agricoli, e l’agricoltura intensiva
 
6.     Estinzione dei grandi mammiferi. Già 40.000 anni fa, primo segno della “dominanza dell’uomo
 
7.     Controllo del fuoco. 13.000 anni fa
 
 
 
Risulta facile pensare, quindi, che le conseguenze ambientali dell’impatto dell’uomo non siano solo collegate alle più recenti attività antropiche (a partire dall’età post-industriale), ma che derivino da età e fenomeni meno recenti, iniziate in modo modesto già 10.000 anni fa (per poi registrare un fortissimo incremento negli ultimi 150 anni).
 
Qualunque sia il fattore scelto, è facile capire come l’impronta dell’uomo sarà rilevabile nelle rocce e nei suoli anche fra decine o centinaia di migliaia di anni, la testimonianza di inquinanti in tutte le sfere del pianeta, resti di città e attività umane (compresi i manufatti dell’inizio della civiltà) resteranno visibili sotto forma dei cosiddetti “tecnofossili”, nel giro di un milione di anni (salvo altri sconvolgimenti) il clima dovrebbe ritornare alla normalità. Le previsioni sui possibili scenari futuri sono varie, dai più promettenti fino a quelli più catastrofici… Sta ai governi nazionali e all’impegno dei cittadini cercare di far evolvere la situazione nel miglior modo possibile.
 
Così concludiamo questo primo appuntamento. Che ne pensate? Vi è piaciuto? Se volete, ci risentiamo presto per le risposte alle altre domande!
 
 
FONTI






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