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Iprite: la chimica e la guerra

ScienTiamo
Pubblicato da in Tecnologia · 6 Aprile 2020
Iprite: la chimica e la guerra
    
Quando si pensa alle armi usate durante il primo conflitto mondiale si tende a pensare ad armi da fuoco, esplosivi, mezzi pesanti, ma difficilmente alle armi chimiche.


La scienza, ed in particolar modo la chimica, nei primi anni del Novecento aveva fatto passi da gigante, per via delle numerose scoperte durante la belle epoque e le due rivoluzioni industriali avvenute nei secoli precedenti, per cui nel 1915 vennero sperimentate per la prima volta le armi chimiche gassose dall’esercito tedesco.

Si parla generalmente di gas composti dal Cloro, il quale, reagendo con l’Idrogeno presente nell’acqua all’interno dei polmoni, si riduce formando HCl, corrodendo i polmoni; oppure la temutissima Iprite (da Ypres, la città belga dove fu usato per la prima volta), un tioetere del cloroetano, di formula S(CH2CH2Cl)2, definito gas mostarda per via del suo colore giallo-verdognolo e del suo odore.

A differenza del gas Cloro, unicamente asfissiante, l’Iprite è un gas vescicante, liposolubile, che penetra nella pelle creando piaghe e vescicole, necrosi, disturbi respiratori, disturbi circolatori e addirittura mutazioni geniche.
Inoltre, penetra facilmente attraverso i vestiti e le maschere, che spesso venivano imbevute di urina per migliorarne l’efficienza, ed essendo molto denso, poteva rimanere nei solchi delle trincee e nei crateri creati dalle bombe per settimane prima di deteriorarsi.

 
Sono numerosi gli aneddoti e le storie legati a queste tipologie di gas.
È il 6 agosto dell’anno 1915 quando i Tedeschi utilizzano le bombe di Iprite e gas Cloro contro le truppe dello Zar, rifugiate all’interno della fortezza di Osowiec (Polonia nord-orientale) assediata ormai dal 1914. Un reduce dell’attacco, Sergej Khmelkov, racconta:

 
Qualsiasi persona che era all’esterno della fortezza rimase avvelenata… l’erba era diventata nera, c’erano petali di fiori sparsi ovunque… carne, burro, strutto e le verdure erano contaminate e ormai inadatte al consumo.

 
A questo punto i Tedeschi del generale Paul von Hindemburg avanzano armati di maschera antigas verso la fortezza, inconsapevoli dello spettacolo degno dei più spaventosi film horror che si sarebbero trovati davanti.
Tutto è morto, desolato, silenzioso, marcio e avvolto dai fumi del gas.
I vari oggetti metallici presentano una patina di ossido di cloro. Ad un certo punto, un grido terrificante rompe il silenzio. Soldati russi ricoperti di piaghe, con gli occhi arrossati, con il viso avvolto da stracci sporchi di sangue, tossendo pezzi dei loro stessi polmoni, fanno fuoco sui Tedeschi che, terrorizzati, battono in ritirata, lasciando le loro mitragliatrici e diventando facile bersaglio dei Russi. Confida un sopravvissuto non identificato al giornale “Vita di Pskov” nel 1915.

 
Non riesco a descrivere la furia che attanagliava i nostri soldati mentre si dirigevano verso i loro avvelenatori, i tedeschi. Fucili pesanti, mitragliatrici, shrapnel non potevano fermare l’assalto dei soldati deliranti

 
Sebbene esausti e avvelenati, avanzarono con l’unico scopo di annientare i tedeschi

 
Questo avvenimento passerà alla storia come “l’attacco dei morti” (a questo punto si consiglia l’ascolto della canzone “attack of dead men” che i Sabaton hanno dedicato a questo episodio https://www.youtube.com/watch?v=-AFdwoyNT24 )

È certo però che anche Bari ha una storia da raccontare legata all’iprite.
Durante la seconda guerra mondiale questo gas era stato bandito: ne venne impedito l’uso, ma non la sua produzione (veniva usato generalmente come monito o strumento di intimidazione), e il 2 dicembre 1945 i baresi ne riscoprirono gli effetti.
Gli Alleati erano ormai riusciti a liberare il sud dal giogo nazista e il porto di Bari ospitava le loro navi. Una di queste è l’americana John Arvey, carica di 91 tonnellate di Iprite. Alle 19:25 di quel giorno venne avvistata la Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca, la quale bombardò 19 delle 40 navi ormeggiate nel porto di Bari, colpendo in pieno la John Arvey, che sprigionò, per mezzo di un’esplosione, il suo carico nel porto. L’intera città sentì il boato e venne praticamente illuminata a giorno, i vetri delle case vicine si infransero: l’immagine del caratteristico fungo rimarrà per sempre negli occhi dei testimoni. 100 persone circa morirono durante il bombardamento, più un altro migliaio nei mesi successivi, per via dell’iprite sparsa ovunque.



Tuttavia questa storia non passò inosservata Louis Goodman e Alfred Gilman due medici della Yale University, i quali analizzarono e studiarono le cartelle cliniche dei pazienti e dei civili negli ospedali e notarono che l’esposizione a questi gas aveva ucciso i leucociti nel loro midollo osseo. A questo punto, si ipotizzò di applicare tutto ciò sulle cellule responsabili di tumori.
 
Fu così che, nell’agosto del 1942, un paziente affetto da linfoma venne sottoposto per la prima volta della storia ad un trattamento con un derivato dell’iprite (la ciclofosfamide) che si presenta più volatile e stabile (l’uomo guarì, anche se dopo sei mesi lo stesso tumore si ripresentò).
 
Tuttavia, essendo ancora in periodo di guerra, tutta l’operazione venne tenuta segreta, infatti non sappiamo il nome di quell’uomo (ma solo le sue iniziali J.D.) e la ciclofosfamide venne etichettata come “sostanza X”.
Negli anni successivi, Alexander Haddow, un chimico inglese, riuscì finalmente a dimostrare come e dove doveva essere modificata la molecola di iprite per migliorare l'efficienza del farmaco, sintetizzandone anche di nuovi.
Fu così che nacque la chemioterapia.
Ancora oggi dei derivati dell’iprite vengono utilizzati nelle terapie moderne, come il clorambucile, il cisplatino e il carboplatino: sostanze che hanno prolungato e anche salvato la vita di molti malati, ma con alle loro spalle una scia di morte e distruzione causata dal loro progenitore comune.
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FONTI



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