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Tubi di contenimento per la plastica alla deriva nei mari: Ocean Cleanup

ScienTiamo
Pubblicato da in Ambiente · 14 Aprile 2019
Tags: ambienteplasticacleanupoceanoceanimari
Bottigliette, tappi, reti da pesca e svariati altri oggetti di plastica stanno lentamente (si fa per dire!) avvelenando le acque di tutto il mondo, con seri danni non solo sulla vita delle specie animali e vegetali acquatiche, ma anche sulla salute umana. L’incuria, l’incoscienza e la poca consapevolezza dell’uomo sono alla base di questo inquinamento, ma per fortuna ci sono altrettanti uomini che hanno a cuore questa causa e si stanno cimentando nella pulizia su larga scala delle acque dei mari e degli oceani.
 
 
Degno di nota (SPOILER ALERT per i fan DC Comics!) nell’evitare che l’Ocean Master Orm Marius intraprenda la guerra contro il Popolo del Mondo Emerso è il lavoro di Bovan Slat, giovane olandese di soli 24 anni che ha fondato l’ONG Ocean Cleanup, con l’intento di creare un dispositivo che possa aiutare a ripulire i mari dalla plastica che vi galleggia ogni giorno.
 
Il problema di fondo è preoccupante: le correnti marine convergono ed intrappolano tutta la plastica, riversata quotidianamente nelle acque, all’interno di cinque aree sparse negli oceani,creando le cosiddette “isole di plastica”, larghe centinaia di chilometri, che alterano l’ecosistema lì presente. Come affrontare efficacemente questo disastro ambientale?


 
   
 
Raggiungere queste aree al centro degli oceani e raccogliere “a mano” tutta la plastica accumulata costerebbe milioni di dollari e richiederebbe tantissimi anni di lavoro… questa idea è stata, infatti, abbandonata sul nascere. L’equipe di Slat (65 persone, tra cui scienziati e ingegneri) ha, quindi, messo a punto un tubo galleggiante a forma di ferro di cavallo, lungo all’incirca 600 metri ed unito ad un sistema di “barriere” che si estende per circa 3 metri al di sotto della superficie dell’acqua; questo sistema, trasportato passivamente dalle correnti marine, permetterebbe di raccogliere la plastica incontrata durante il percorso, accumulandola all’interno della struttura ad U ed evitando anche che essa vada incontro a degradazione e liberi frammenti più piccoli o microplastiche all’interno del mare. Essendo un sistema passivo, non ha bisogno di carburante (ottima trovata per ridurre l’impatto ambientale), ma ha bisogno che almeno un’imbarcazione la segua costantemente per eliminare la plastica raccolta.
 
 
La “gonna” che si estende sotto la superficie dell’acqua non è una rete, bensì è priva di fori e questo permette agli animali di poterci passare tranquillamente al di sotto e non rimanere intrappolati; inoltre, la flotta che accompagna costantemente il dispositivo può intervenire nel caso in cui dovessero svilupparsi danni o dovessero esserci problemi derivanti dagli animali che si incontrano al passaggio. Il sistema è costruito anche in modo da resistere alle tempeste, che nell’Oceano Pacifico sono particolarmente frequenti e violente, giocando su una combinazione di materiali resistenti e forma flessibile dell’intero sistema. Studi condotti su queste basi hanno dimostrato che, con questo lavoro, si potrebbe diminuire del 50% la quantità di plastica presente nel Great Pacific Garbage Patch, la più grande isola di plastica del Pacifico, ogni 5 anni.
 
 
L’idea è geniale: a conti fatti, sarebbe un metodo perfetto per risolvere un così grosso problema: non ha bisogno di combustibile, resiste a tutte le condizioni meteo, è costantemente sorvegliato dall’occhio vigile ed esperto dell’uomo e non ha un grosso impatto sull’ecosistema. L’idea è stata sviluppata grazie a fondi pubblici e privati, e si sono ottenuti i primi risultati.
 
Abbiamo stuzzicato la vostra attenzione? La prossima settimana parleremo del primo vero test di questo sistema su acqua effettuato e ne analizzeremo insieme i risultati.
STAY TUNED!

 

 





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